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Chi si prendere cura di un proprio caro deve prendersi cura anche di sè stesso.

I carichi assistenziali pesano sui caregiver familiari, a discapito della loro autonomia. 

Chi si prende cura di un proprio caro fragile, quali aiuti può chiedere? Quale supporto organizzativo e psicologico gli viene offerto? In un panorama che vede una costante e rapida crescita di anziani e grandi anziani, le famiglie hanno bisogno di un sistema più efficiente e più ramificato, che attraverso la sinergia fra pubblico, privato e terzo settore, introduca modelli innovativi di caregiving. Questa è la grande sfida di cui UGO si fa portavoce. 

La persona al centro: abbiamo bisogno di nuovi modelli assistenziali

l carichi assistenziali di chi aggiunge ai propri impegni quotidiani quelli legati alla cura di una o più persone care, sono oggetto di molte ricerche. Si stanno sviluppando nuovi progetti per l’implementazione di modelli – altrove spesso esistenti e già rodati – che mettano al centro modalità innovative di assistenza alle persone fragili, con l’obiettivo di coniugare qualità del servizio e distribuzione delle responsabilità delle cure.

Nei Paesi Nord Europei questi modelli di welfare sono avviati e funzionanti. Essi si basano sull’idea che il caregiver non debba essere costretto a perdere la propria autonomia e rinunciare alla propria libertà se desidera prendersi cura di un proprio caro e che, ancor meno, debba trovarsi a fronteggiare senza altri supporti, le tante responsabilità familiari, accrescendo il proprio livello di stress fino a raggiungere il burnout.

“Caregiver” una condizione spesso invisibile

I carichi assistenziali in Italia si riversano spesso sulle famiglie. La rete dei servizi socio-assistenziali fatica a rispondere alla domanda in costante crescita. In particolare questo carico assistenziale ricade sulle donne: sono 9 su 10 le donne italiane che si prendono cura di almeno una persona cara non più autosufficiente. Il motivo è legato in primis a un retaggio culturale sui ruoli sociali e familiari; numerose dinamiche derivano invece dal desiderio di assicurare il benessere psichico ed emotivo della persona richiedente cure: si da’ spesso per scontato che preferisca avere al fianco una persona conosciuta, di fiducia, vicina, che ne conosca le condizioni e sia in grado di tutelarne/condividerne gli interessi. Sia per approccio emotivo, sia per suddivisione dei ruoli, le persone che scendono in campo dedicando gran parte del proprio tempo e della propria energia ad un proprio caro fragile, sono mogli, mamme, nipoti e figlie.

La situazione appare ancora più grave se si pensa che la condizione di caregiver, con tutto quello che comporta in termini di impegno, perdita di produttività, di autonomia personale e di benefici legati alle opportunità lavorative, è di fatto spesso una condizione ‘invisibile’. Nel mondo del lavoro le richieste di flessibilità dei caregiver sono spesso rifiutate, mal viste e mal tollerate e possono indurre alla perdita del lavoro stesso o ad una cattiva reputazione.

Prendersi cura anche di chi si prende cura

L’autonomia del caregiver, in generale, non riguarda solo la sua capacità di conciliare impegni familiari e lavorativi, ma riguarda anche il diritto di chi si dedica ad altri di farlo secondo le proprie aspettative di vita e la propria capacità di assorbimento delle responsabilità, motivato dal proprio desiderio di farlo e non perché si sente costretto e frustrato o non vede altre soluzioni possibili. Riguarda anche la possibilità di farsi carico della cura dei propri cari nel modo e con i mezzi che ritiene opportuni e questo non sempre si deve tradurre  in una disponibilità totale che porti a rinunciare ai propri obiettivi personali. Le cure sono un diritto delle persone fragili ma anche di chi si prende cura di loro: è necessario preservare la dignità di ogni individuo.

Caregiving Innovativo: una sfida istituzionale

La sfida di oggi e’ di portata istituzionale. Dare un segno è un imperativo: l’Italia è arretrata in quanto a modelli di welfare e i caregiver, stressati e intrappolati, hanno una percezione pessima rispetto allo stato delle politiche di welfare nel nostro Paese. Secondo una ricerca del 2018 condotta da Ipsos in collaborazione con Onda-Osservatorio nazionale sulla salute della donna, appare chiaro, soprattutto alle donne italiane, che la crisi ha impresso un cambiamento nei bisogni della popolazione (72%), bisogni che i responsabili delle politiche sanitarie non hanno saputo interpretare adeguando il sistema di welfare (70%), soprattutto per le fasce di popolazione più esposte (69%). E il 46% è consapevole del fatto che il sistema così com’è non è sostenibile.

Ad oggi si apprende nei sempre più frequenti dibattiti che interessano il settore socio sanitario e le politiche pubbliche che ci stiamo muovendo – seppur lentamente – nella direzione di un futuro che vedrà nascere modelli di ‘Care Sharing’ costruiti in un panorama di partnership tra pubblico, privato e terzo settore, dove le persone fragili di una comunità saranno considerate una responsabilità condivisa da tutta la comunità e dove il caregiving di qualità e con “formule su misura”, sarà un’opportunità di lavoro socialmente utile e un supporto concreto e risolutivo per il benessere di ogni famiglia.